Ciò che avviene al feto nelle prime fasi della vita, quando è nell’utero materno, può favorire l’insorgenza di malattie nel corso della vita futura.
Partendo da questo presupposto ci si rende conto di quanto sia indispensabile rendere l’ambiente uterino e materno quanto più adatto e sano per lo sviluppo del feto.
Lo stato nutrizionale materno in questo riveste un ruolo chiave ma ciò è ancor più importante anche perchè può condizionare l’evoluzione della gravidanza.
Come per il fumo in cui negli anni è stato ampiamente dimostrato l’effetto negativo sul decorso della gravidanza e sullo sviluppo fetale, anche per la nutrizione materna bisognerebbe considerare la correlazione tra questa e l’andamento della gravidanza e gli effetti sul benessere fetale non soffermandosi solo alla fase neonatale.
Un ringraziamento va al dottore Fabio Pietroluongo per i preziosi consigli che hanno reso questo breve articolo più preciso.
Sia la malnutrizione che l’ipernutrizione espongono il neonato al rischio di compromissione in risposta alle esigenze di adattamento metabolico.
Per esempio le donne sottopeso sono esposte ad un rischio di aborto più elevato nei primi tre mesi come mentre le donne che hanno un eccessivo peso in gravidanza sono esposte maggiormente allo sviluppo di ipertensione in gravidanza, pre-eclampsia e diabete gestazione. Queste malattie della gravidanza possono comprometterne il decorso ma possono anche avere effetti a breve e lungo termine sul feto e successivamente sul neonato.
Un esempio tipico di correlazione tra obesità materna e rischio di difetti alla nascita è quello del folato, la cui concentrazione plasmatica nella donna obesa è più bassa, e quindi insufficiente, rispetto ad una donna normopeso.
L’integrazione con vitamine dovrebbe essere quindi personalizzata in base alle caratteristiche individuali.
Nella donna con peso elevato è stata osservata anche una alterazione della composizione della flora intestinale che, com’è noto, influenza l’assorbimento di vitamine e nutrienti.
Le scelte alimentari dovrebbero privilegiare l’assunzione di proteine, grassi alimentari, vitamine e minerali le cui esigenze aumentano significativamente nel secondo e terzo trimestre di gravidanza.
E’ consigliabile mangiare pesce, carni magre, uova, latticini e legumi.
Gli acidi grassi polinsaturi (DHA) svolgono un ruolo importante durante la gravidanza non solo perchè riducono il rischio di parto pre-termine ma anche per l’effetto sul feto ed il neonato dopo la gravidanza. L’apporto di DHA previene nel feto l’insorgenza di allergie e nella madre riduce l’insorgenza di depressione post-partum.
L’apporto di Vitamina D durante la gravidanza riduce il rischio di un basso peso alla nascita e la supplementazione con acido folico, soprattutto se intrapresa in epoca pre-concezionale, riduce il rischio di difetti del tubo neurale (NTD).
E’ consigliato un corretto livello di idratazione ed è sconsigliato il consumo di alcol, responsabile di un aumento del rischio di aborto, di ritardo di crescita intrauterina con neonati di basso peso alla nascita, di parto prematuro e di danneggiamento dello sviluppo neurologico.
Anche le bevande contenenti caffeina vanno limitate nei nove mesi di gestazione. Da quanto esposto è chiaro che la supplementazione non sopperisce ad una dieta sana ed un corretto stile di vita ma contribuisce a garantire la corretta dose giornaliera di nutrienti.
Il Sud Italia, nel 2022, ha attirato 5 milioni di turisti. Così suddivisi: italiani per il 52% e stranieri per il 48%. Il dato emerge dal report Svimez che evidenzia il risultato di Napoli, l’unica città del meridione in cui nel 2022 i turisti stranieri sono stati più degli italiani.
Ben il 70% dei comuni della Campania si sono scoperti attrattiva turistica. Mentre i flussi sono assorbiti prevalentemente dalle province di Napoli e Salerno. In ogni caso la Campania risulta la prima regione del Mezzogiorno, con il 22% di arrivi, è batte la Puglia, la Sicilia e la Sardegna, ferme al 20%, al 19% e al 18%.
Mentre la Campania si conferma una destinazione turistica di primo piano, per coloro che desiderano vivere un’esperienza unica ed esplorare le meraviglie di questa regione, See Amalfi Coast Private Tours offre tour personalizzati che catturano l’essenza autentica del Sud Italia.
Napoli da primato
Ben il 65% delle presenze turistiche le raccoglie Napoli e la sua provincia, seguita da Salerno e provincia col 27%. A questo punto lo shock pandemico può dirsi superato, anche se a voler essere puntigliosi nel 2019 si registravano, complessivamente, valori superiori del 19,4%.
La ripresa del turismo internazionale
La ripresa del turismo internazionale è un dato fondamentale. Nel 2022 la spesa sostenuta dai viaggiatori stranieri in Italia è intorno ai 44 miliardi, più del doppio rispetto al 2021. L’aumento di stranieri supera i livelli del 2019 ad aprile, maggio e agosto. Nel confronto 2019-2023 la Campania registra presenze aumentate del 26%, mentre la spesa cresce del 31%. Parimenti, si registra un incremento anche negli esercizi extra-alberghieri. Nel 2022 l’81% dei soggiorni ha riguardato B&B e case vacanza, rispetto al 19% di soggiorni alberghieri.
Il medico ortopedico è lo specialista che conosce l’anatomia e le caratteristiche delle ossa, delle articolazioni, dei muscoli, dei legamenti, dei tendini, delle cartilagini e di come ciascun di questi elementi lavora all’interno del complesso meccanismo del corpo umano. Egli riconoscere i disturbi, le patologie e individua se ci sono le condizioni che possono evolvere in malattie più o meno gravi. Nella diagnosi utilizza moderni strumenti tecnologici.
Dunque i medici non sono tutti uguali e, ognuno, nella sua specializzazione sviluppa competenze specifiche per la conoscenza, la diagnosi e il trattamento delle patologie. Vi presentiamo in quest’articolo l’attività del dottore Giuseppe Monteleone, Medico Ortopedico specializzato in Ortopedia e Traumatologia, con oltre 30 anni di esperienza in patologie e disturbi del sistema muscolo-scheletrico . Quindi, di tutto ciò che riguarda ossa, articolazioni, muscoli, tendini e legamenti. Durante la lunga esperienza nel settore pubblico ospedaliero, il dottore Monteleone ha risolto tantissimi casi clinici.
Da lui ci siamo fatti spiegare da lui quali sono le competenze che deve avere l’ortopedico
Intanto, diamo una definizione chiara del termine ortopedia
L’ortopedia è la disciplina medica che si occupa della diagnosi e del trattamento dei disturbi a carico del sistema muscolo-scheletrico. Si occupa della correzione dei problemi fisici, sia negli adulti che nei bambini. In origine, la disciplina si occupava di correggere le deformità del corpo dei più, difatti la parola di stampo greco unisce: bambino (pais) e dritto (orthos).
Dalla profonda conoscenza dell’anatomia e delle caratteristiche delle ossa, delle articolazioni, dei muscoli, dei legamenti, dei tendini, delle cartilagini , il medico ortopedico arriva a formulare una diagnosi e una cura. Egli è in grado di riconoscere disturbi e patologie, individuando le condizioni che potenzialmente possono evolvere in malattie più gravi.
Nella diagnosi si avvale, inoltre, di moderni strumenti tecnologici ed è in grado di avviare trattamenti farmacologici, così come di intervenire chirurgicamente. È suo ruolo prescrivere l’intervento della Fisioterapia e dell’esercizio fisico. Tutte le indicazioni sui percorsi di riabilitazione per restituire il pieno e corretto utilizzo dell’arto coinvolto, sono di sua competenza.
L’ortopedico, per riassumere, si occupa di tutti i fenomeni a carico della colonna vertebrale, della schiena, delle mani, dell’anca, della caviglia e del piede. Intervenendo sia nella gestione del dolore che nel trattamento di lesioni, infortuni e traumi a carico dell’apparato muscolo-scheletrico.
Per quali patologie è necessario ricorrere al medico ortopedico?
Grazie all’ortopedico, il quale deciderà se e come collaborare con un Fisioterapista, si può intervenire nei casi di fratture ossee, sia composte che scomposte; di infortuni quali lussazioni, distorsioni, rottura dei legamenti; di problemi muscolari come contratture, stiramenti e strappi; tendinopatie; deformità degli arti e della colonna vertebrale; artrosi, artrite e discopatie: nei casi di sindromi da compressione nervosa, come quella del tunnel carpale, di osteoporosi e di tutte le conseguenze causate dai tumori benigni o maligni alle ossa.
Quando è bene rivolgersi al medico ortopedico
Tutte le volte che si incontrano difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane, a seguito di un trauma o di un infortunio, in presenza di dolori cronici, di riduzione della capacità di movimento delle articolazioni, di un’instabilità nei movimenti è bene rivolgersi al medico ortopedico.
Monitorare i contenuti diffusi in rete, al fine di costruire una mappatura dell’informazione online. Su queste basi parte l’inedito connubio di tutte le donne delle Authority della Regione Campania. Tra i progetti la vivibilità dello spazio virtuale e un obiettivo fondamentale: creare un tavolo permanente di confronto fra le donne componenti delle Authority, gli stakeholder, la società civile e la politica.
L’organizzazione dell’incontro si deve al gruppo Donne e Media, coordinato da Emilia Visco, in collaborazione con Maria Pia Rossignaud, vicepresidente dell’Osservatorio TuttiMedia. Il programma da portare avanti nel futuro immediato sarà il frutto delle competenze di ciascuno messe al servizio della causa. Saranno affrontate tutte le tematiche, dalla tutela dei minori a quella delle persone con disabilità e degli anziani, fortemente colpiti del Digital divide questi ultimi.
Senza trascurare il tema sempre più emergente della violenza digitale, contro le donne e gli adolescenti. C’è l’impegno di inserire nell’agenda politica di ciascuna Authority questi argomenti, poiché l’accelerazione digitale e il mondo della rete hanno potenziato non solo le disuguaglianze di genere, ma anche preoccupanti forme di violenza sessista.
La figura dello psicologo scolastico non può interferire con l’autonomia scolastica. Una specificazione che si è resa necessaria al fine di non bloccare l’iter della legge. Così, nel corso di un’apposita riunione del Consiglio Regionale della Campania è stata ribadita la piena libertà di scelta degli istituti, in merito a ogni iniziata della istituendo figura dello psicologo scolastico.
La Campania è la prima regione d’Italia che si dota di una figura come questa, prima ancora che il Governo abbia preso una decisione a livello nazionale. Fra gli obiettivi, il potenziamento delle attività di inclusione degli alunni con disabilità, disturbi specifici dell’apprendimento ed altri bisogni educativi speciali. Inoltre, il servizio di psicologia scolastica è finalizzato alla promozione della salute e del benessere psicofisico di studenti, genitori, insegnanti, dirigenti e personale scolastico.
Cittadini e turisti sì, i cani no. I giardini di Palazzo Reale a Napoli sono diventati off limits per Fido. I cani non possono più entrare, neanche al guinzaglio e con museruola. In una zona dove sono davvero pochissimi gli spazi adatti allo svago dei pelosi. Ma c’è chi è pronto a dare battaglia. Come l’avvocato Antonio Parisi e la dolce Zoe, che proprio non riesce a farsene una ragione…
L’opera di Giacomo Leopardi, uno dei poeti più amati dagli italiani, è ora consultabile on line al link https://dl.bnnonline.it/handle/20.500.12113/4758. Lo si deve all’immane lavoro compiuto dagli studiosi e custodi dei manoscritti dell’autore, appartenenti al Fondo “Carte Leopardi” della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.
Complessivamente sono state prodotte 15.202 immagini per la digitalizzazione, tra opere rilegate e carte sciolte. Si è trattato di una operazione lunga e complessa, sostenuta in parte dal finanziamento dell’8 per mille e compiuta con la collaborazione della società Inarte. Un grande vantaggio per studiosi, studenti e semplici cittadini che possono adesso vivere l’emozione di accostarsi alla scrittura originale del grande poeta partecipando direttamente al processo creativo dell’autore.
Il grande merito della Biblioteca Nazionale
Da molti anni la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli è impegnata nelle attività di digitalizzazione del proprio patrimonio. Diversi sono stati i progetti finanziati dal Ministero della Cultura e da fondi europei e i contributi regionali. Preziosa è stata, inoltre, la collaborazione con grandi aziende informatiche. La straordinaria raccolta Leopardiana è pervenuta alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli per lascito testamentario di Antonio Ranieri, l’amico napoletano di Giacomo Leopardi. Non prima dell’esito favorevole seguito a una lunga controversia giudiziaria. Si tratta del corpus quasi completo delle opere del grande poeta. Non ci sono alcuni pezzi dell’epistolario, nella parte di lettere indirizzate da Giacomo Leopardi ad altri. Da anni la Biblioteca napoletana sta cercando di recuperarli attraverso indagini e acquisti mirati sul mercato antiquario.
L’aspetto attuale di via Acton è rappresentativo di come sono andate realmente le cose, a dispetto degli annunci fatti in estate. La strada appare ancora parzialmente occupata dal cantiere, aperta sì, ma schiacciata dalle transenne lato mare e dai corridoi per i pedoni, lato terra.
L’ultimo cantiere, in ordine di tempo, è nato per rifare le aree esterne del Molo Beverello, decisivo snodo marittimo dal quale partono gli aliscafi per le isole del Golfo: Ischia, Procida e Capri. Oltre alle grandi navi per la Sicilia, Ponza e Ventotene e alle mastodontiche imbarcazioni da crociera.
Un progetto nato per rendere il molo più funzionale
Il progetto prevede, tra l’altro, il completamento dei lavori di sistemazione esterna dell’area monumentale del Terminal passeggeri di Calata Beverello. Ultimo tassello per realizzare il “Nuovo Terminal Beverello. Il cantiere, però, occupai marciapiedi e la carreggiata su via Acton per la larghezza di un metro, garantendo le due corsie di marcia con una strozzatura proprio nei pressi di piazza Municipio.
Per gestire la viabilità, il Comune ha varato una apposita ordinanza con il piano traffico, la numero 342 del 23 giugno 2023 che istituisce tre percorsi pedonali protetti in via Acton, lato mare, dall’ingresso Terminal Beverello, in direzione galleria della Vittoria.
Consegna del nuovo Molo Beverello
Dovrebbe avvenire, salvo nuovi intoppi, entro la primavera con il collaudo dell’opera e l’ultimazione della gara per l’affidamento alla gestione. Un’apertura che decongestionerà piazza Municipio, centro nevralgico della Napoli turistica e lavorativa. La programmazione infrastrutturale in cui è rientrata l’opera è stata finanziata dal Pnc (piano nazionale complementare) e in parte dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza).
Per la città il tesoro di San Gennaro è del Santo. Come se fosse il suo patrimonio posseduto in vita e lasciato in eredità ai suoi fedeli, in realtà il vescovo di Benevento non era particolarmente ricco e si mostrò sempre dalla parte degli umili e di giusti. A questo altruismo si deve la sua morte, durante le persecuzioni anti cristiane di Diocleziano, nella seconda metà del III secolo. In realtà si tratta dei doni dei fedeli, fatti realizzare apposta o affidati al Santo come ex voto.
Il vescovo di Benevento Gennaro, non ancora santo, conosceva bene il diacono Sossio, che guidava la comunità cristiana di Miseno, il quale fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania. Gennaro saputo dell’arresto di Sossio, volle recarsi insieme a due compagni, Festo e Desiderio, a portargli il suo conforto in carcere. Dragonio, informato della sua intromissione, li fece arrestare provocando le proteste del popolo che dimostrava simpatia verso i prigionieri e, prevedendo disordini, il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri.
I Gioielli del Tesoro di San Gennaro, capolavori di inestimabile valore artistico ed economico, frutto della grande maestria e dell’arte degli orafi di Scuola napoletana, sono i manufatti che ricchi cittadini, devoti al Santo, hanno negli anni donato e sono custoditi nel cuore del centro storico di Napoli, al Duomo.
Mitra Museo San Gennaro
Si possono ammirare la meravigliosa Collana di San Gennaro, iniziata nel 1679, è composta di tredici grosse maglie in oro massiccio, dalle quali pendono croci tempestate di zaffiri e smeraldi. Sulla Mitra d’argento dorato, risalente al 1713, sono incastonati 3694 rubini, smeraldi e brillanti. Il Manto di San Gennaro è letteralmente coperto di pietre preziose e di smalti raffiguranti le insegne araldiche del casato. Il Calice d’oro, realizzato da Michele Lofrano nel 1761, è tempestato di rubini, smeraldi e brillanti. La Pisside, un calice con coperchio per le ostie, è in argento dorato ma è costellata di cammei e di decorazioni in malachite, così come la volle realizzare il famoso orafo Domenico Ascione di Torre del Greco, la patria del corallo lavorato.
Tesoro del Museo di San Gennaro
Questi sono solo alcuni degli straordinari capolavori donati al Santo Patrono di Napoli ed esposti nel Museo del Tesoro di San Gennaro.
Un discorso a parte merita la Mitra gemmata, realizzata dall’orafo napoletano Matteo Treglia, nel 1712 su ordinazione della Deputazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro. All’artista fu posta, però, una condizione: che la realizzazione della Mitra in onore del Santo Martire, fosse posta sul suo trecentesco busto reliquario, in tempo per la processione dei festeggiamenti che si sarebbero tenuti nell’aprile del 1713. Altrimenti non sarebbe stato pagato. Il maestro, però, si avvalse del contributo di tutti i migliori artigiani del Borgo degli Orefici di Napoli, che trasformarono la Mitra in una inestimabile opera collettiva composta in tutto da 3692 pietre, di cui 3326 diamanti, 198 smeraldi e 168 rubini. L’opera, consegnata in tempo, è completata da due ali adornate da gemme preziose nella loro parte anteriore e incisioni interne raffiguranti le ampolle e l’immagine di San Gennaro.
Fu Carlo II d’Angiò, a trovare una custodia per proteggere per l’eternità il sangue di San Gennaro, incaricando i maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre di realizzare sia un busto-reliquiario in argento dorato per contenere sia la testa sia le ampolle con il sangue del santo.
Ma come nasce la tradizione del sangue di San Gennaro? Una donna molto credente di nome Eusebia avrebbe conservato due ampolline con il sangue del martire e, prima di morire, le avrebbe affidate alla Chiesa di Napoli. Il culto per il Santo si diffuse sempre di più con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba che va da Capodimonte alla Sanità, dove veniva venerato di nascosto dal popolo. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.
Storia e Significato delle Reliquie di San Gennaro
Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti. Nel 472, ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo durante le calamità naturali e le epidemie.
Nel 512, il vescovo di Napoli Stefano I, fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di Santa Restituta, prima cattedrale del capoluogo, una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo. Qui furono riposte, nella cripta, il cranio e la teca con le ampolle del sangue. Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie dal furto operato dal longobardo Sicone che, durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo, solo in seguito restituite.
L’Arte e la Storia della Cappella del Tesoro
Nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343). La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo. Racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande. Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale.
La Liquefazione del Sangue di San Gennaro
Il miracolo della liquefazione del sangue si compie tre volte l’anno: nel primo sabato di maggio, quando il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle, vengono portati in processione, dal Duomo alla Basilica di Santa Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli. Qui, dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumito.
La seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione. Una volta, nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove il cardinale arcivescovo, al cospetto di autorità civili e fedeli, attende che si compia il prodigio tra il tripudio generale.
La terza liquefazione avviene il 16 dicembre, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte in cui il sangue non si è sciolto, oppure si è sciolto con ore e giorni di ritardo oppure, a volte, è stato trovato già liquefatto prima ancora di celebrare i riti propiziatori.
Da nessun punto della città sfugge allo sguardo, imponente e meraviglioso punto di riferimento per capire in un colpo d’occhio dove ci si trova senza dover leggere la toponomastica. La Certosa di san Martino è il faro di terra di Napoli.
C’era una vola solo una collina verde sulla parte alta della città dove intorno sorgerà quartiere Vomero e, nel 1325, da Siena fu convocato dalla Corte Angioina a Napoli l’architetto e scultore Tino di Camaino, già famoso per aver realizzato il Duomo di Pisa. Alla sua morte la certosa era solo in parte stata realizzata da Tino e l’incarico passò all’architetto Attanasio Primario. Dell’impianto originario restano i grandiosi sotterranei gotici, opera d’ingegneria possente indispensabile per sostenere l’edificio lungo le pendici scoscese della collina.
La Trasformazione Barocca della Certosa
Nel 1581, l’aspetto gotico previsto dagli architetti di Camaino e Primario lasciava il posto alla raffinata veste barocca di oggi. Il grandioso progetto di cambiamento della Certosa è affidato all’architetto Giovanni Antonio Dosio. Il Chiostro Grande per il crescente numero dei monaci subisce una radicale ristrutturazione e un ampliamento: si realizzarono nuove celle, si rivede l’intero sistema idrico. Il promotore di questa nuova e spettacolare veste della Certosa di San Martino è il priore Severo Turboli, in carica dall’ultimo ventennio del Cinquecento fino al 1607. I lavori avviati sotto la direzione di Dosio, vengono proseguiti da Giovan Giacomo di Conforto, che realizzerà la monumentale cisterna del chiostro.
I sotterranei gotici – risulta verosimile l’ipotesi che il progetto di Tino di Camaino, abbia inglobato preesistenti strutture di tipo difensivo dell’antico castello di Belforte – costituiscono i suggestivi e imponenti ambienti delle fondamenta trecentesche della Certosa. Si può ammirare una successione di pilastri e volte ogivali a sostegno dell’intera struttura certosina. I lunghi corridoi e gli slarghi ospitano le opere in marmo della Sezione di sculture ed epigrafi: circa centocinquanta opere in marmo, distribuite nei vari ambienti, partendo dal medioevo fino al XVIII secolo.
I sotterranei custodiscono un capolavoro del Settecento: l’imponente scultura di San Francesco d’Assisi (1785-1788 circa) di Giuseppe Sanmartino e un’Allegoria velata scolpita probabilmente dal suo allievo Angelo Viva, che evoca le celebri sculture della Cappella Sansevero.
Il 6 settembre 1623 segna un’altra importante tappa nella trasformazione della certosa. Comincia, infatti, la collaborazione con l’architetto Cosimo Fanzago che andrà avanti fino al 1656. Fanzago ha lasciato il segno inconfondibile della sua prepotente personalità in ogni luogo del monastero, pur rispettando e proseguendo, il progetto di ampliamento del monastero e di ammodernamento degli spazi monumentali avviato dai suoi predecessori. L’opera di Fanzago si caratterizza per una straordinaria attività decorativa. La carenza di marmi a Napoli comportò la continua importazione di marmi antichi di scavo da Roma, bianchi da Carrara, bardigli e broccatelli dalla Spagna, neri dal Belgio, breccia dalla Francia. San Martino diviene, negli anni ’20 e ’30 del Seicento, un luogo di eccellenza della sperimentazione dell’ornato dell’epoca. Tutta la decorazione della chiesa ne è un esempio, con gli splendidi rosoni di bardiglio che ornano i pilastri della navata, tutti diversi tra loro o gli intarsi marmorei delle lesene e i putti in chiave degli arconi delle cappelle.
Anche i lavori della facciata della chiesa, avviati nel 1616 da Tommaso Gaudioso si svolgono sotto la guida di Fanzago, che elabora soluzioni architettoniche che preservano le strutture trecentesche, rivestite esternamente di marmi.
La Storia della Certosa nel XIX e XX Secolo
Il complesso subisce danni durante la rivoluzione del 1799 ed è occupato dai francesi. Il re, inizialmente, ordina la soppressione per i certosini sospettati di simpatie repubblicane, ma alla fine acconsente alla loro reintegrazione. I monaci rientrano a San Martino nel 1804, ma la lasciano nuovamente nel 1812, quando il complesso viene occupato dai militari come Casa degli Invalidi di Guerra. Nel 1836 un esiguo gruppo di monaci torna a stabilirsi a San Martino per riuscirne, poi, definitivamente. Soppressi gli Ordini religiosi e divenuta proprietà dello Stato, la Certosa viene destinata nel 1866 a museo per volontà di Giuseppe Fiorelli, annessa al Museo Nazionale come sezione staccata ed aperta al pubblico nel 1867.
La Ricchezza delle Collezioni del Museo di San Martino
Farmacopea Certosa di San Martino
Il Museo di San Martino custodisce tesori inestimabili della storia artistica italiana e di Napoli. Inaugurata nella primavera del 2005, dopo complessi lavori di restauro la ‘Farmacopea’ o ‘Spezieria’ della Certosa è il luogo dove si somministravano le cure mediche alla comunità conventuale e al pubblico esterno. Nella volta della Farmacia, Paolo De Matteis eseguì, nel 1699, l’affresco con San Bruno che intercede presso la Vergine per l’umanità inferma.
Nella Sezione Navale si trovano vari modelli di imbarcazioni reali: due corazzate, la Corazzata Re Umberto e la Corazzata Regina Margherita, un’elegante Lancia reale ed un Lancione a ventiquattro remi che Napoli donò a re Carlo di Borbone. Inoltre vi è il Caicco donato dal sultano turco Selim III a Ferdinando IV di Borbone, databile alla seconda metà del XVIII secolo.
Nella Sala delle carrozze reali c’è la carrozza degli Eletti, la più antica della Città realizzata tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo per volere del Tribunale di San Lorenzo per trasportare gli Eletti della Città. Essa riveste un ruolo molto importante e emblematico per il popolo partenopeo in quanto è stata impiegata nelle più significative parate di Napoli, tra cui quella di Piedigrotta e la Processione del Corpus Domini. Altro pezzo forte la carrozza di Maria Cristina di Savoia, realizzata nel 1806 per Ferdinando I di Borbone, ma fu quasi certamente utilizzata anche da Gioacchino Murat nel periodo 1808-1815, quando fu nominato reggente del Regno di Napoli. Dopo la sua morte fu impiegata dal re Ferdinando II delle Due Sicilie e dalla sua prima moglie, Maria Cristina di Savoia, per partecipare alle feste civili e religiose.
Nella Sezione presepiale si trova il famoso Presepe Cuciniello, così chiamato dal nome del donatore che nel 1879 regalò al museo la sua monumentale raccolta di pastori, animali, agnelli, nature morte. Sono presenti anche altri gruppi presepiali, con scene fondamentali della Natività, dell’Annunciazione ai pastori e dell’Osteria, conservati nei loro originali contenitori: gli scarabattoli
Nella sala dell’appartamento del priore sono presenti preziosi affreschi, cineserie, pavimenti maiolicati settecenteschi e la galleria di dipinti del XVII secolo e XVIII con opere di Pacecco De Rosa, Andrea Vaccaro, Battistello Caracciolo, Artemisia Gentileschi, Micco Spadaro e Massimo Stanzione. Presente anche una raccolta di armi bianche e da fuoco, tra cui un cannone cinese del XVII secolo chiamato il Maresciallo dai miracolosi risultati.
Nucleo fondamentale del museo è la sezione storica che annovera testimonianze della storia politica, economica e sociale del Regno di Napoli attraverso dipinti, sculture, arredi, medaglie, miniature, onorificenze, armi e cimeli vari. Una delle più importanti testimonianze storiche sull’evoluzione topografica di Napoli è data dalla celeberrima Tavola Strozzi, quasi una fotografia della città nella metà del Quattrocento. Qui ci sono anche importanti pitture di vedute e siti reali; ritratti dei Borbone, documenti, monete, armi e dipinti di Filippo Spadai e Salvatore Fergola, tra cui la grande tela dell’Inaugurazione della ferrovia Napoli – Portici, nonché ricordi del 1848, con ritratti di Papa Pio IX e di personaggi del Risorgimento. Vi sono interessanti dipinti: di Micco Spadaro, l’Uccisione di Giuseppe Carafa del 1647; di Carlo Coppola, piazza del Mercato; di Micco Spadaro, La peste del 1656 ed il Largo del Mercatello; di ignoto invece Il tribunale della Vicaria al tempo di Masaniello e Piazza del Carmine. Un’intera sala è dedicata a Carlo di Borbone, che fu re di Napoli dal 1734 al 1759, poi re di Spagna. Essa contiene una serie di ritratti di Carlo di Borbone e della sua consorte Maria Amalia di Sassonia, tessuti in seta ad opera della manifattura napoletana; un ritratto di Carlo III re di Spagna, copia coeva di quello eseguito dal Goya. In un’altra sala vi sono i ricordi della Repubblica Napoletana del 1799: Ammiraglio Nelson di Leonardo Guzzardo; l’Entrata del Cardinale Ruffo a Napoli di Giovanni Ponticelli.
Nella galleria ottocentesca, sono esposti circa 950 dipinti della scuola di Posillipo, frutto di diverse donazioni che la borghesia napoletana ha effettuato nel corso degli anni, con dipinti di Francesco Netti, Michele Cammarano, Giacinto Gigante, Vincenzo Migliaro, Domenico Morelli, Eduardo Dalbono, Francesco Paolo Michetti, Giuseppe De Nittis e Antonio Mancini. Ancora sono conservati quadri di Frans Vervloet, Gabriele Smargiassi, Anton Sminck van Pitloo, Luigi Fergola, Gaetano e Giacinto Gigante, nonché dipinti della scuola di Resina con opere di Marco De Gregorio e Federico Rossano. Persino, l’arte contemporanea ha trovato spazio a San Martino. Va certamente segnalata quella dei fratelli Paolo e Beniamino Rotondo, che costituirono una collezione formata grazie agli stretti legami con alcuni artisti che frequentavano l’importante circolo culturale promosso dalla Famiglia Rotondo. Infine, sono esposte diverse sculture in terracotta di Vincenzo Gemito, di Giuseppe Renda e Filippo Tagliolini.
Nella Sezione delle arti decorative sono presenti maioliche, porcellane, vetri ed oggetti preziosi. Vi è inoltre esposta la collezione Orilia, comprendente porcellane di Capodimonte, Buen Retiro, Meissen, vetri, tabacchiere, ventagli ed altro, fu donata da Maria Teresa Orilia nel 1953, in ricordo del marito Marcello.
Nella Sezione teatrale si possono trovare quadri, stampe, disegni che si riferiscono al Teatro San Carlino; da notare inoltre è un quadretto che raffigura il Sipario del teatro S.Carlo del 1854, due magnifici plastici del teatro S.Carlino ed una bacheca con piccoli cimeli tra cui i biglietti da visita dei maggiori attori napoletani.
La Sezione Alisio costituisce l’ultima raccolta privata acquisita dal museo. Donata allo Stato da Giancarlo Alisio e dalle sorelle Alma e Giovanna nel 2001, questa è entrata a far parte del polo museale nel 2004, esponendo circa un centinaio (tra dipinti e acquerelli) di pitture vedutiste databili dal XVII al XIX secolo.
La collezione delle stampe e disegni si pone sullo stesso livello di quella del Capodimonte, esponendo circa sedicimila disegni, tra cui quelli di Luigi Vanvitelli, Giacinto Gigante, Antonio Niccolini, numerose scenografie del San Carlo, diversi ritratti di illustri napoletani e storiche stampe topografiche di Napoli.
All’interno del Complesso Museale di San Martino sono conservati tre orologi solari molto antichi, che scandivano il tempo dei certosini e favorivano le attività di preghiera contemplate dalla regola.